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Nell'ultimo incontro in questo spazio (e accanto a questo se n'è aperto uno anche nel sito dei giovani di Endenna www.myfriends2008.com) abbiamo considerato la definizione di tanti nostri adolescenti come di “ragazzi sregolati” , cioè senza regole o incapaci di osservarle.
Per capire un po' meglio la questione, credo occorra dare un'occhiata, ai cambiamenti più evidenti che la famiglia ha vissuti in questi decenni. Questo, ovviamente, non ci fornirà una risposta esaustiva, ne facili soluzioni; ma, spero, ci possa fornire spunti di riflessione utili a comprendere sempre più e meglio quanto stiamo vivendo. Fino a qualche decennio fa la famiglia rappresentava una sorta di cinghia di trasmissione di valori. In tale ambito l'apprendimento delle varie norme di comportamento regolatrici della vita comune era uno dei capisaldi del processo educativo. Spesso, infatti, i genitori con cui parlo, descrivono la loro famiglia d'origine come caratterizzata da relazioni genitori-figli piuttosto distanti e formali, orientata alla responsabilizzazione precoce e ad un'altrettanto precoce emancipazione dei figli. Potremmo affermare che la rigida gerarchia tipica di una famiglia governata da un'autorità paterna indiscussa forniva ai ragazzi e alle ragazze di allora la spinta motivazionale necessaria a volgere lo sguardo altrove abbastanza in fretta. Pensiamo solamente al problema della cosiddetta libertà sessuale non consentita: “Finché sei in casa mia fai quello che dico io” e per questo i figli non vedevano l'ora di avere una casa tutta loro. Ho fatto questo esempio perché abbastanza eclatante, ma questo vale anche per tante altre realtà. L'attuale società post industriale consente invece alle famiglie un benessere economico sufficiente per mantenere i figli al proprio interno più a lungo, senza spingerli troppo in fretta verso un'attività professionale che peraltro (oggi purtroppo è sempre più vero) non è in grado di garantire. L'attuale contesto socio-economico, infatti, nella sua variegata complessità, richiede ai giovani un bagaglio più ricco e differenziato di informazioni e competenze che consenta loro l'accesso al mondo del lavoro (sempre nella speranza che l'istituzione scolastica riesca effettivamente ad offrire loro tutto questo bagaglio. Le ultime ricerche non offrono spunti per stare molto allegri! Ma questo è un altro problema...). Orbene, proprio queste condizioni, tra le altre, tendono a prolungare la permanenza dei figli all'interno della famiglia di origine oltre i tempi “biologici” dell'adolescenza (che oggi pare arrivare fino ai 25 anni!) rendendo così necessaria la creazione di nuove regole di convivenza che tengano in debito conto la presenza di giovani adulti spesso non più soggetti all'autorità genitoriale. Il rischio, a questo punto, è che così si tenda ad organizzare le condizioni di vita di questi giovani adulti in una sorta di adolescenza infinita, resa peraltro disarmonica dallo squilibrio fra sviluppo fisico e intellettivo più precoce che in passato, cui però non corrisponde una pari autonomia economica e psicoaffettiva. Si tratta di giovani poco sollecitati ad “uscire” dalla casa paterna a causa della carenza di opportunità lavorative ed abitative, ma anche poco motivati loro stessi a farlo per la possibilità di godere, dentro le pareti domestiche, di un accudimento “gestionale” e insieme di una libertà di movimento ben diversa da quella dei loro predecessori. Ma occorre considerare ancora altre modificazioni che hanno inciso profondamente nell'humus che costituisce le nostre famiglie. Alla rigida suddivisione dei ruoli fra genitori che era tipica della famiglia del passato, è venuto a crearsi, in questi ultimi anni, un nuovo equilibrio, benché ancora fragile e conflittuale, definito dalla sovrapposizione dei ruoli tra le figure parentali. È un equilibrio che si esprime anche attraverso una maggiore flessibilità e libertà nel rapporto tra i componenti della famiglia tale da favorire reciprocità e disponibilità all'apertura e al dialogo. In tale ottica la crisi del padre come unico depositario dell'autorità e del potere familiare ha portato ad una maggior “democrazia” affettiva nelle relazioni familiari. Ciò che i sociologi e pedagogisti, psicoanalisti e psicologi sociali hanno definito “latitanza del ruolo paterno” (i nostri famosi “padri pallidi”) fa riferimento in particolare alla crisi di quei valori tipicamente paterni che investono le dinamiche relazionali e le strategie educative della nuova famiglia: si tratta di valori disinvestiti e, a volte, temuti da entrambi i genitori perché da un lato rimandano a un padre autoritario che gli attuali genitori sono ben decisi a non replicare, dall'altro rappresentano un mondo esterno alla famiglia insoddisfacente e talvolta persecutorio, rispetto al quale la famiglia si pone come rifugio, una nicchia da proteggere e preservare. Il nuovo padre, che emerge anche dalle caratteristiche diffuse tra i genitori con cui mi capita di discutere, è un individuo diverso dai suoi predecessori, è una figura che non disdegna di svolgere quella funzione affettiva che in passato era di esclusivo appannaggio della madre; è un padre che vuole stabilire una relazione affettiva precoce con il figlio (dal concepimento fin nella sala parto) e che per entrare in rapporto con il neonato accetta di imparare ad usare il linguaggio degli affetti, sviluppando così nuove competenze comunicative. Le funzioni di questo padre non appaiono dunque molto distinguibili da quelle di una madre che ha ceduto, a sua volta, il dominio esclusivo della comunicazione affettiva familiare, ottenendo però in cambio competenze in aree che erano di esclusivo presidio paterno in passato. La moglie del nuovo padre è infatti una donna che ha spostato parte dei propri interessi e delle proprie competenze all'esterno della famiglia. Grazie a questo nuovo status, questa nuova figura materna ha assunto in parte quella funzione di ponte tra famiglia e società che era in passato di esclusiva competenza maschile. Dunque siamo di fronte ad una famiglia che al suo interno è caratterizzata da una certa sovrapposizione fra ruoli parentali e da relazioni tendenzialmente paritetiche, fondate sull'ascolto e sulla condivisione reciproca; il suo rapporto con l'esterno risulta invece marcato da preoccupazioni e timori. Il quadro è dunque quello di una cultura affettiva della famiglia contemporanea tendenzialmente democratica al suo interno, e invece barricata e difesa nei confronti di un mondo esterno ritenuto infido e pericoloso. È evidente come quest'aspetto della cultura affettiva della nuova famiglia possa favorire una rappresentazione dell'adolescenza dei figli, sinonimo di inevitabile apertura della nicchia all'esterno, quale situazione a rischio, capace di incrinare per sempre tranquillità e benessere familiare. Da qui, il rapporto conflittuale con alcune regole che sembrano percepite dai nostri “ado” solo come limitazioni inconcepibili alla loro libertà. Cordialmente, don Luciano 2- continua Una persona ha commentato questo articolo 1. Nella terra di mezzo 2Mamma, Non registratociao a tutti,sono una mamma casalinga a tempo pieno per scelta dopo la nascita del primo figlio. Quello che dice don in questo articolo è reale nella vita di oggi pultroppo alcuni padri non sono più autorevoli come lo erano prima ma la colpa di questo trasgredire le regole non può essre dovuto soltanto a questo. Anch'io ho avuto un padre non autorevole e una madre che si sostituiva a lui ma le regole nel limite del possibile le ho sempre rispettate,ho smpre rispettato i miei e amavo tantissimo mio padre che con la sua bontà d'animo mi ha fatto imparare molto anche senza essere autorevole. Oggi per me non solo mancano i padri come dice don ma manca la società, la scuola,la chiesa in qualche modo anche lei manca in qualcosa.La società come istituzioni più nessuno da limiti tutto e permesso e perciò i ragazzi non temono più nemmeno la polizia,la scuola i professori che non sanno più farsi rispettare dagli alunni fin dalla tenera età perchè alcuni genitori difendono le mancanze dei figli (i genitori facciano i genitori e gli insegnanti facciano gli insegnanti educatori) un castigo dopo tutto non ha mai fatto male nessuno anzi insegna.La Chiesa qui parlo di oratorio gestito oggi da curati troppo adolescenti anche loro che vogliono libertà,organizzano aperture degli oratori e poi i ragazzi sono lasciati a loro stessi per poi essere richiamati se combinano guai.L'oratorio anzi i ragazzi dell'oratorio non dovrebbero mai essere lasciati a se stessi,ma dovrebbero essere seguiti dal curato altrimenti che ci sta a fare? Dovrebbe essere organizzato per poter offrire ai ragazzi non solo spazi ma anche attività che possano coinvolgerli renderli protagonisti.Non voglio andare oltre altrimenti toccherei cose molto più importanti che i nostri curati mancano.Se volete mandare questo mio messaggio anche privatamente ai curati della nostra diocesi fatelo pure ,per il bene dei nostri ragazzi. ciao una mamma , |